Museo delle Terre Nuove | Sala 7 - LE ARCHITETTURE DI UNA TERRA NUOVA - Museo delle Terre Nuove
Diventare terrazzano, cioè abitante di una terra nuova, voleva dire costruire da soli la propria casa.
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Sala 7

LE ARCHITETTURE DI UNA TERRA NUOVA

Diventare terrazzano, cioè abitante di una terra nuova, voleva dire costruire da soli la propria casa. Il tempo che veniva concesso era molto poco quindi si utilizzava la tecnica del pisé, ossia sabbia pressata in delle casseformi che davano origine alle fondamenta delle abitazioni. Le case, riprodotte nella sala grazie a modellini, erano costituite da una bottega a piano terra, un primo piano adibito ad abitazione e un orto con pozzo in comune con un altro lotto. Potevano poi essere ingrandite: in genere le persone agiate occupavano più lotti adiacenti, come nel caso di Palazzo Salviati detto Il Palazzaccio.

Approfondimenti


LA CINTA MURARIA

La costruzione di San Giovanni si definì progressivamente ed è probabile che ancora nella seconda metà del XIV secolo, come a Scarperia e a Firenzuola, le opere di fortificazione lungi da essere concluse fossero ancora rimpiazzate da palizzate di legno. Secondo Francesco Gherardi Dragomanni, l’ottocentesco autore delle Memorie della terra di San Giovanni nel Valdarno Superiore, ancora nel 1352 gran parte delle mura erano «scollegate e guaste».
Pochi anni dopo la fondazione, Firenze, approfittando di una fase di tregua del conflitto con i signori del Valdarno, aveva iniziato a fortificare l’abitato di San Giovanni con lavori che si protrassero fino al 1363. Le indagini archeologiche condotte sui resti parlano di murature a sacco, con paramenti in ciottoli e piccole pietre di fiume, di grandezza omogenea, posti su corsi paralleli e uniti da malta tenace. È dunque verosimile ipotizzare che le costruzioni addossate alla cinta muraria risalgano almeno alla fine del XV secolo o comunque a un’epoca in cui le mura avevano ormai perso la propria valenza difensivo-militare.
(Il testo è tratto dalla guida del museo, a cura di Claudia Tripodi e Valentina Zucchi, Sagep, 2024)


LOTTI EDILIZI E CASE PRIVATE

Diventare abitante di una Terra Nuova, portava con sé un insieme di elementi di novità ma anche degli obblighi come quello di costruire la propria abitazione. A San Giovanni le case erano disposte in fila, con i fronti allineati sulla strada principale, retro contro retro, separate da vie più strette, dette anche chiassi, ritmate da ponti e gallerie aeree. Gli abitanti di una Terra Nuova si impegnavano a costruire la dimora sul lotto edilizio che era stato loro assegnato in poco meno di un anno. Il breve tempo a disposizione e la conoscenza basilare delle tecniche costruttive spinsero la maggioranza dei costruttori all’impiego del sabbione - una terra gialla tenace, abbondantemente presente in loco - e all’adozione della tecnica del pisé (terra battuta) e di mattoni crudi. Il procedimento era piuttosto semplice: realizzate rapidamente le fondazioni, profonde non più di 30 centimetri (per le quali furono utilizzati ciottoli di fiume e malta), vi si appoggiavano casseforme fatte con tavole di legno, intervallate da pali verticali, facendovi gettate di argilla, bagnandola via via e compattandola con grandi pestelli in legno. Si procedeva così, spostando progressivamente i tavolati fino all’altezza desiderata. Nel tempo, le tecniche costruttive subirono variazioni e si realizzarono murature miste di ciottoli e mattoni o materiali di riutilizzo. Le superfici esterne dei muri in terra venivano scialbate con latte di calce a scopo protettivo; nelle aree più esposte agli agenti atmosferici, dove la scialbatura si rivelava insufficiente, si rese presto necessario il ricorso alla foderatura in mattoni.
La facciata della casa al primo piano poteva avere un aggetto, realizzato in legno o in incannicciato, che poggiava su travi, aggetti che vennero progressivamente sostituiti da strutture in muratura, fino a giungere alla creazione di veri e propri portici, che ancora oggi sono visibili lungo il corso principale. La casa con affaccio sulla strada lasciava nella restante parte del lotto assegnato lo spazio per un orto, dove si trovava spesso un pozzo da acqua, posto a cavallo fra due proprietà limitrofe e utilizzato in condivisione.
(Il testo è tratto dalla guida del museo, a cura di Claudia Tripodi e Valentina Zucchi, Sagep, 2024)