Museo delle Terre Nuove | Sala 12 - VIVERE A CASTEL SAN GIOVANNI - Museo delle Terre Nuove
Firenze fece un grande sforzo per fare in modo che i terrazzani, con il passare del tempo, acquisissero il senso di appartenenza a una comunità, evitando così lotte interne e ribellioni.
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Sala 12

VIVERE A CASTEL SAN GIOVANNI

Firenze fece un grande sforzo per fare in modo che i terrazzani, con il passare del tempo, acquisissero il senso di appartenenza a una comunità, evitando così lotte interne e ribellioni. Sono quindi presentati alcuni casi particolari fra Trecento e Quattrocento e viene evidenziato come, passata la Peste Nera, San Giovanni fosse indipendente economicamente dalla “città madre”; le dichiarazioni inviate dai Sangiovannesi all’ufficio fiorentino del Catasto nel 1427 tratteggiano condizioni sociali ed economiche floride. Fra i personaggi importanti che da una Terra Nuova sono partiti per trovare fortuna nella grande città, si segnalano il pittore Masaccio e lo storico Poggio Bracciolini.
Nella sala è presente anche un modellino del Valdarno superiore, con l’indicazione dei centri di nuova fondazione.

Approfondimenti


CASTEL SAN GIOVANNI

Quando i Fiorentini esprimono la loro volontà di fondare i tre nuovi centri abitati li nominano «Terre seu comunitates»: «Terre o meglio: comunità». Nella disgiuntiva seu, in questa sottile ridondanza, possiamo cogliere un senso più profondo di ciò che potrebbe apparire una pura decisione governativa.
La Signoria fiorentina, che negli anni precedenti era già stata segnata da controversie, difficoltà e fallimenti intorno a centri di nuova fondazione, percepì i rischi insiti nella nascita di tre nuove piccole città; eppure, intuendone le potenzialità e desiderandone l’attuazione, procedette deliberandone la genesi. Certo, Firenze sovrintese alla loro costruzione materiale, investendo il progetto delle più raffinate idealità del tempo, ma si impegnò anche nella loro realizzazione piena ed effettiva, raggiungibile solo se le “Terre murate” fossero divenute “comunità”: gruppi di persone strette da legami sociali, insiemi di cittadini accomunati non solo dall’abitare gli stessi luoghi ma anche dal viverne le sorti e sentirsene parte. E’ in questo senso di comunità, tanto bello da pensare e tanto difficile da attuare, che riposa il senso più profondo non solo delle Terre Nuove fiorentine ma anche di tutti i centri fondati in età medievale e in ogni tempo.
(Il testo è tratto dalla guida del museo, a cura di Claudia Tripodi e Valentina Zucchi, Sagep, 2024)


UN CENTRO DI SOSTA E DI MERCATO

Nel corso del Quattrocento, Castel San Giovanni costituiva una tappa essenziale per le necessità di mercanti e viaggiatori in transito lungo la grande arteria che univa il territorio aretino a Firenze e poi a Pisa e al mare. Già nel Trecento a San Giovanni operavano almeno cinque albergatori a fronte dei quattro a Figline, tre a Castelfranco e uno a Montevarchi. La cittadina ospitava inoltre osterie e taverne riconoscibili da insegne che ne suggerivano come ad esempio una «osteria overo abergho, detto l’Abergho della Stella». Anche il mercato di Castel San Giovanni costituiva un importante elemento di attrazione e di ricchezza per la sua stessa comunità. La vocazione commerciale della nuova fondazione era andata crescendo nel corso del Trecento: con la presenza di 5 speziali, 19 beccai (macellai), e un cambiatore, insieme ad altre attività, Castel San Giovanni era in grado di competere con gli altri grandi centri valdarnesi. Il successo incrementò le attività e favorì, talora, la formazione di società miste con mercanti fiorentini o di località vicine. Per offrire un esempio ricordato dal Catasto del 1427, fu questo il caso di Gualtieri di Agnolo e Papo di Nanni Vinucci, entrambi di Castel San Giovanni e del figlinese Piero di Fruosino, che si erano messi in società per dare avvìo, dal 1 novembre del 1426, a una Compagnia di spezieria. Oltre alla bottega, i tre dichiaravano di avere in affitto un magazzino a Terranuova [Bracciolini], un mortaio di bronzo da Antonio di Bartolomeo da Figline e compagni e di tenere come garzone Francesco di Antonio del Berna da San Giovanni.
(Il testo è tratto dalla guida del museo, a cura di Claudia Tripodi e Valentina Zucchi, Sagep, 2024)