Museo delle Terre Nuove | Sala 2 - Le Terre Nuove in Europa - Museo delle Terre Nuove
La nascita di terre Nuove non coinvolse solamente l’Italia ma anche molti paesi d’Europa a partire dall’anno Mille.
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Sala 2

LE TERRE NUOVE IN EUROPA

La nascita di terre Nuove non coinvolse solamente l’Italia ma anche molti paesi d’Europa a partire dall’anno Mille.
Dalle bastides francesi – edificate essenzialmente come fortificazioni militari – alle abbazie inglesi che aggregavano comunità religiose, la sala propone un excursus nell’Europa dell’XI secolo al fine di introdurre l’evoluzione del fenomeno che coinvolgerà invece la Toscana a partire dal XII secolo fino alla metà del XIV secolo.

Approfondimenti


UN FENOMENO DIFFUSO

La crescita demografica che, in larga parte d’Europa, contrassegnò il periodo definito dalla storiografia come il «lungo Duecento», iniziato alla fine del secolo precedente e prolungatosi appunto fino ai primi di quello successivo offrì anche l’opportunità di un mutamento di scala nella pianificazione di nuovi centri abitati la cui capienza demica poté crescere fino ad assumere dimensioni di tutto rispetto dando vita non più soltanto a dei castelli ma anche a centri para-urbani e anche a vere e proprie città. In effetti, l’eccedenza di popolazione produsse insediamenti anche molto popolati nel Sud-Ovest francese, nella Germania Orientale o nella penisola iberica dove i loro nomi (Villefranche, Freiburg, Salvatierra, ecc.) portano ancora oggi il ricordo delle prerogative, delle immunità fiscali e delle libertà personali offerte ai nuovi abitanti. Si trattò di iniziative prese da sovrani, da potenti signori locali, da monasteri e da Ordini cavallereschi: re di Navarra o di Aragona, conti di Tolosa, Angioini, Cistercensi, Templari e Cavalieri Teutonici per ricordarne soltanto alcuni.
L’ondata di nuove fondazioni che aveva investito buona parte dell’Europa non si arrestò alle Alpi. Nella Penisola, in particolare nell’area centro-settentrionale, il ruolo di promozione di nuovi centri, nel corso del XIII secolo venne assunto dalle istituzioni comunali che avevano, in primo luogo, l’evidente scopo di consolidare il dominio cittadino sulle campagne. Si trattava, a ben vedere, di un sensibile mutamento di prospettiva rispetto alle logiche che avevano sovrinteso alla nascita e alla diffusione dei castelli e dei villaggi fortificati nati per iniziativa signorile. Infatti, l’azione dei Comuni cittadini non si limitò più a concentrare in un unico luogo individui e famiglie, come facevano i signori per tenere legati i loro fideles: anzi queste iniziative si fondarono sulla promessa di affrancamento e di liberazione da ogni vincolo di natura feudale per chi avesse deciso di trasferirsi nei nuovi centri. Questo spiega i nomi scelti anche qui per i nuovi abitati: Castelfranco, Villafranca o Borgo Franco manifestavano il progetto politico previsto per chi avrebbe scelto di vivere all’interno delle erigende mura. Per i Comuni cittadini, la fondazione di nuovi abitati costituiva dunque un ulteriore strumento per la realizzazione di un’effettiva egemonia su interi contadi, per la messa in opera di un controllo sulla popolazione ma anche sui centri, sui mercati, sulle strutture produttive, sulle strade e su ogni altro tipo di risorse: insomma, il dominio su un territorio, almeno inizialmente, circoscritto dai limiti delle giurisdizioni cittadine sui contadi.
Così, mentre le grandi monarchie come quelle iberiche, quella francese e inglese avevano iniziato a strutturare i territori in veri e propri regni, nella Penisola, i Comuni procedevano nella stessa direzione anche se a una scala relativamente minore, mostrando i primi passi, talvolta incerti e non sempre evidenti, nella costruzione di uno Stato cittadino.
(Il testo è tratto dalla guida del museo, a cura di Claudia Tripodi e Valentina Zucchi, Sagep, 2024)